Una donna tra cinema, libri e impegno

Laura Ephrikian, Roma

Che fai oggi? -chiedo per telefono a mia sorella Enrica.

Sono come sempre a Orto Domingo, stasera presentano un libro interessante di Laura Ephrikian– mi risponde  lei.

Molti la conoscono come attrice ed ex moglie di  Gianni Morandi, ma Laura è molto altro. Bella e spigliata, si è presentata  agli “ortisti “ e ad altre persone accorse all’invito del Municipio 2 di Bari e di Orto Domingo con semplicità e calore. Ha esordito parlando  del suo libro: “Una famiglia armena” e di suo nonno, vissuto in Armenia, poi  del suo arrivo in Italia, del disagio per il  suo cognome strano, quando tutti a scuola le chiedevano come mai si chiamasse così, Ephrikian. Parla  poi della nonna, sua omonima, che visse una grande storia d’amore con il nonno per il quale ebbe un colpo di fulmine, lo stesso che colpì poi sua nipote per il marito Gianni, suo grande amore.  Laura formò con il noto cantante una famiglia, da lui ebbe tre figli, la prima, Serena che purtroppo morì subito dopo il parto, poi  Marianna cui seguì un maschio, Marco.

Dopo la nascita del  figlio cominciò la crisi della coppia: lei era triste dopo il difficile parto, il marito lavorava poco. Presto le difficoltà li resero tristi e spenti e decisero di lasciarsi. Laura parla con affetto del suo ex marito, nonostante la separazione infatti, tra loro è rimasta una bella amicizia e la stima che ha per il padre dei suoi figli e per il suo lavoro.

 Laura torna a parlare del suo libro. Quando lasciò la sua terra natale, suo nonno le disse: –Dimentica L’Armenia!- e così lei fece per lunghi anni. Un giorno trovò un baule al cui interno c’erano sessanta stupende lettere d’amore dei suoi nonni. Quel ritrovamento l’ha spinta a tornare al passato. Il volume prende appunto il via dalla travagliata e meravigliosa storia d’amore dei nonni Akop e Laura per poi passare al rapporto dell’autrice con il padre e con la madre.

 Racconta che il suo libro non serve solo a preservare la memoria dei suoi cari, ma anche a dare speranza ai suoi amici keniani. Parte del ricavato delle vendite infatti è devoluto al Kenia, dove lei si impegna da anni per far costruire pozzi, comprare cibo e  paglia per le capanne.

 Sono incuriosita dalla vita di Laura. Da ragazzina correvo a vedere i suoi film, freschi di speranze per il futuro (si era in pieno boom economico) e di buoni sentimenti, ero affascinata anche dalla bella storia d’amore tra l’attrice e il cantante che appariva su tutti i  rotocalchi, ma oggi vorrei sapere della sua vita attuale: Laura ha superato gli ottanta anni ma è sempre  bella e attiva per i suoi nobili scopi. Molto disponibile, mi racconta:

La prima volta che sono andata in Africa è stato 23 anni fa, ero stata invitata per decorare le porte di un albergo presso Malindi; era il mese di giugno, l’epoca in cui si rimodernano le case e gli hotel chiudono per i rimessaggi. Abitavo con una governante che mi faceva compagnia, non che avessi paura, ma non mi piaceva stare da sola. Il sabato prendevo una macchina e mi recavo a telefonare presso un telefono pubblico, allora ci si doveva arrangiare per comunicare con i propri cari. Ero davvero colpita dalla gente del posto, in quel periodo c’era una pioggia incessante e loro giravano felici sotto l’acqua, e, benedicendo il fatto che ne cadesse così tanta dal cielo, bevevano, si lavavano beati, si rincorrevano. Mi pareva di assistere ad una scena primordiale, mi sentivo trasportata, nel guardarli, a tempi lontani.

Dopo poco ho deciso di comprare una casa a Mambrui, una casetta africana col tetto di makuti, un particolare tipo di paglia che si usa laggiù per fabbricare i tetti delle capanne. In quel luogo ancora adesso si arriva a dorso di un asino.

In tempi recenti, in piena pandemia, mi sono recata per distribuire le derrate alimentari, molti mi disapprovavano. -Che coraggio!- mi dicevano- andare lì in pieno Covid! In realtà, non sentivo di rischiare molto, avevo guanti e mascherina, il caldo permetteva un distanziamento e avevo voglia di non stare troppo lontana dall’Africa dove ho vissuto molto tempo dopo quel primo viaggio di 23 anni fa. 

Adesso mi reco lì meno spesso di prima, un tempo c’era un volo diretto Roma Mombasa, adesso c’è un lungo scalo ad Addis Abeba ed è molto più complicato. Prima con l’Ethiopian riuscivo a trascinare 40 kg di medicinali e cose utili, adesso il viaggio è troppo lungo anche per la mia fibra.

Ho appena compiuto 82 anni, sento la corda sempre più corta, il desiderio di stare con i miei figli a cui sono mancata tanto, loro più che mai vogliono una mamma che cucini per loro, che li accolga.

 Ho venduto l’appartamento di Mambrui  anche perché i miei cinque nipoti reclamano sempre più la mia presenza, specialmente uno che adesso ha tredici anni dimostra prepotentemente  il bisogno di aggrapparsi ad una persona che possa accompagnarlo nel suo percorso artistico: vorrebbe creare dei bozzetti per gli abiti, ama dipingere, addobbare la casa con fiori. In tutto ciò che fa chiede i miei consigli, qualcuno che lo aiuti a capire il mondo. Il nonno Gianni può aiutarlo nell’ambito musicale, ma io rappresento il suo punto di riferimento per l’arte. L’arte è sempre stata presente nella nostra famiglia: mio padre era direttore d’orchestra, già a cinque anni suonava il violino, così mio fratello e mio figlio, ma nessuno ha la flessibilità di una donna. Mio nipote mi riconosce la capacità di vestirmi con poco, uno charme naturale anche con un semplice caftano, abitudine ereditata dalle donne in Africa, anche quelle molto povere, che sanno  adattare le stoffe in modo artistico sul loro corpo.

Dei miei cinque nipoti, Giovanni vorrebbe frequentare l’accademia di Arte drammatica, cerco di consigliarlo il più possibile e ho scelto di recarmi in Africa solamente una volta all’anno per trenta o quaranta giorni.

Lì ho istruito un falegname perché costruisca semplici oggetti, cornici che poi decoro per rivenderle, un sistema per poter raccogliere denaro da riportare in Kenia, se si ha bisogno di portare un bimbo in ospedale occorrono soldi. 

La prima volta a Malindi, affiancata da un traduttore, sono andata a visitare un orfanotrofio, poi mi hanno chiesto sostegno per un piccolo albergo per partorienti fondato da un’italiana che aveva appena vissuto il lutto per una donna morta di parto insieme al suo bambino. Era una morte evitabile e il trauma vissuto l’ha spinta a darsi da fare per costruire questo piccolo centro divenuto poi un ospedale. Poi è stata la volta di un asilo frequentato da 120 bambini, che, mi sono accorta, erano  tutti denutriti.

Mi sono attivata per far sì che ricevessero almeno un pasto al giorno. Mi sono accorta che, nonostante la fame, i bambini riuscivano a mettere da parte un po’del loro cibo in un fagotto che portavano a casa. Era difficile preparare il pranzo, si usavano enormi pentoloni, in genere un pasto che diventava una specie di porridge composto da  verza e pomodori. Una volta, volevo che mangiassero delle uova, ne ho preparate 150 sode. Portate in tavola, i bambini non sapevano cosa farne: giocare a palla? Farle rotolare? Ho insegnato loro a sgusciarle e sono finite in un battibaleno.

Un giorno ho voluto che assaggiassero un gelato. È stata una vera e proprie impresa epica. Mi sono recata a Malindi dove c’era un gelataio italiano. Ho fatto incetta di borse termiche che ho riempito con 150 coppette. In genere all’uscita da Malindi c’è un posto di blocco. Quando la polizia ci ha fermato li abbiamo scongiurati: -Vi prego, abbiamo dei gelati che si stanno sciogliendo, lasciateci andare! 

Siamo arrivati giusto in tempo per fare assaggiare ai bimbi quel sapore dolce che per molti era ormai un liquido. 

Il mio impegno di oggi è quello di raccogliere fondi. Lo faccio tramite la vendita del libro, da quella di piatti decorati e dalle donazioni di persone che, conoscendomi, mi affidano il loro contributo. Tutto ciò che ricevo viene registrato per rendere pubblico l’uso del denaro, così come le foto che posto per documentare i viaggi in Africa e come si impiegano i fondi raccolti. 

Una volta, era il mese di agosto, quello in cui i bambini tornano a casa, nella scuola erano rimasti cinque piccoli che non avevano proprio nessuno da cui andare.Cosa volete in regalo?- ho chiesto loro per consolarli  un po’ della loro solitudine. Con mio sommo stupore hanno risposto:

Vorremmo una divisa rosa!”. Il rosa rappresentava una fuga dalla divisa marrone di sempre, il cui colore certo era pratico perché nascondeva le macchie di terra e sporcizia, ma il rosa ha rallegrato i giorni di solitudine di quei piccoli.

Ho molte amiche che mi aiutano a vendere i piatti, dipinti su legno o su ceramica. Una volta una di loro mi ha informato che suo marito, carabiniere, aveva avuto un’insolita richiesta: il permesso di bruciare 400 piatti di legno che inizialmente dovevano essere utilizzati per una fornitura di “4 salti in padella”. Annullata la commessa, non si sapeva cosa fare di quei piatti, allora li ho rilevati io per poterli decorare. In seguito ho comprato stock invenduti di cd, sottobicchieri,  insomma, qualsiasi superficie viene utilizzata per le mie creazioni: pesci del mare, animali della savana, fiori, tramonti…

Una volta l’anno le “amiche di Laura” si riuniscono per prendere insieme un tè; tutte, oltre ai pasticcini porgono una busta con dei soldi per il Kenia e fanno di tutto per pubblicizzare i miei piatti.

Sono circondata da belle persone, amiche di buona volontà.

Se qualcuna delle “donneconlozaino” volesse una delle mie creazioni può rivolgersi su messenger a Maria Tarantola, una segretaria amica che raccoglie ordini e organizza spedizioni.

Laur

https://www.facebook.com/maria.tarantola.58

Iban  IT 64 M 0832784811000000001193

R.

Una opinione su "Una donna tra cinema, libri e impegno"

  1. Notevole la storia di Laura! Quando vedo persone come Laura che dedicano la loro vita agli altri con tanta dedizione in luoghi così difficili, poveri, con condizioni minime, mi meraviglio e mi domando: e io, che ho fatto che mi abbia tolto dalla mia zona di confort? Grazie, Laura! Sei una grande!

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