Rabat

  • Andremo al ‘Salon international du livre’ di Rabat!- mi annuncia una sera di maggio Patrizia. Io credo ad uno scherzo, ma il giorno dopo la casa editrice mi chiede di inviare una foto per la locandina dell’evento e i dati del passaporto.

Marocco! -mi dico- Finalmente!

Ho sempre sognato le città imperiali, inoltre il mio amore per il cinema mi fa rivedere più volte il film “Casablanca” e spesso ho immaginato di passeggiare per la medina, tuffarmi nei colori delle strade, passeggiare in riva all’Oceano. L’invito è per soli tre giorni, sono pochi, è vero, ma mi faranno assaporare un’idea di Africa del Nord.

Partiamo in tre, io, Loretta e Patrizia su un aereo pieno già delle voci del Marocco, famiglie numerose che tornano cariche di valigie, bimbi che si rivolgono a noi in romanesco e alle madri in arabo, signore velate e ragazze in shorts.

 Arriviamo a Rabat da Casablanca tra le luci del tramonto, ci accoglie una città  moderna, sappiamo che è una città culturale ricca di storia ma siamo stupite dai lunghi viali alberati che traversano intere aree verdi.

L’autista ci accompagna all’hotel Rabat, all’interno del quale troneggia, come in molti altri edifici, una foto del re. Un fattorino ci accompagna al sesto piano, percorriamo un corridoio che si affaccia sulla hall dell’albergo, molte luci pendono dal soffitto, le nostre stanze sono ampie e con letti dai grandi e numerosi cuscini. 

Dedichiamo la mattina dopo a percorrere la città attraversando la medina, osserviamo da lontano la Kasbah des Oudayas e le mura della Chellah, una necropoli dell’epoca dei Merinidi. Fervono i lavori per rimodernare la città e molti edifici di valore storico ed artistico sono chiusi, decine di operai si avvicendano su strade e piazze per rendere più funzionale ed attraente la capitale, ci dicono che il fondo nazionale europeo e quello africano hanno stanziato vari milioni per tali opere.

 Attraversiamo le mura del Castello ed è come entrare in un altro mondo: si cammina tra antiche vestigia, tra giardini e strade lastricate che in alcuni punti sono divelte per rifare il pavimento.

Ci dirigiamo verso Oudayas Kasbah. Siamo in una vera e propria città nella città, a nord di Rabat, una dimensione sospesa nel tempo. È il quartiere fortificato che rappresenta una delle principali attrazioni della capitale. Gli Almoravidi lo costruirono nel XII secolo con il nome originario di Mehdiya, ma poi fu il termine ribat – che vuol dire appunto convento fortificato – a prevalere, dando il nome all’intera città di Rabat. In questo quartiere si insediarono i monaci che poi sarebbero andati, ormai soldati, in Spagna, a combattere contro gli infedeli. 

Il nome del luogo divenne allora Ribat El Fath, ovvero ‘ribat della vittoria’. Quando i musulmani vennero espulsi dalla vicina Andalusia, si rifugiarono qui. La Kasbah di oggi è nata tra fine ‘800 e inizio ‘900. Avvicinandosi si nota il monumentale ingresso in stile andaluso con il blu preponderante e le strade lastricate. Per entrare si devono costeggiare i magnifici bastioni della Kasbah fino alla porta degli Oudaia.

 Da lì ci scendiamo per godere della vista meravigliosa sulla spiaggia di Rabat, sull’Atlantico, sull’estuario di Bou Regreg e su Salé.

Il pomeriggio ci rechiamo al Salon international du livre, accolte dalla direttrice dell’Istituto di cultura, Carmela Callea. Poco prima della nostra presentazione un simpatico cuoco si destreggia tra i fornelli predisposti per le sue esibizioni, Gabriele Vadruccio, invitato per animare una sorta di conferenza/laboratorio per conto della fondazione Artusi. Intorno a lui si affollano molti visitatori, si sa, la gastronomia italiana attira in tutte le latitudini.

Dopo la presentazione del  nostro “Donne con lo zaino” (che emozione sentirmi doppiata!) torniamo in albergo e…brindiamo con una bottiglia di vino tra gli sguardi un po’ scandalizzati dei camerieri: tre donne sole che ordinano da bere poco si confanno alle abitudini del posto.

Il giorno dopo è la volta di Salé, proprio di fronte a Rabat, dove ci rechiamo con una barca che attraversa il fiume Uadi Bu Regreg.

Se Rabat ci è apparsa moderna, immergerci nelle strade della città gemella Salé ci porta nel passato. Salé custodisce il proprio retaggio di storia, racconti e tradizioni.  Avevo letto che quelli che vivono a Rabat parlano della gente di Salé come hayihmaqu fi-l-asr, cioè “coloro che impazziscono all’ora della preghiera”. Camminando per la città ed entrando nella medina da Bab Bou Haja, la porta che si apre nelle mura di sud-ovest e si affaccia in Place Bab Khebaz, ho avvertito, forse per le recenti letture, un certo afflato mistico, ma credo fosse dovuto ai canti che si sentono un po’ dovunque ed al fatto che fosse proprio il momento della preghiera del venerdì.

Salé ha resistito alla modernizzazione. La città oggi presenta un modello di base composto di vicoli tortuosi tra mura prive di finestre, bazar, moschee, bagni pubblici, sale da tè, fontane in piastrelle blu e bianche. Si avvertono, in prossimità del mercato, odori forti, legna da ardere, carne macellata ed esposta, pesce e il sapore del mare. Forse è anche questo il fascino di Salé.

Ci dirigiamo alla medersa, un edificio del 1300 che è un capolavoro dell’arte merinide e che dicono regga il confronto con la Bou Inania di Fès. 

La medersa è presidiata da una guardiana che ci consente, dopo avere pagato l’ingresso, di girare indisturbate e di visitare anche i pieni superiori dove in passato soggiornavano gli studenti islamici che occupavano tutte le piccole celle situate intorno alla galleria damascata. Ci siamo arrampicate lungo una stretta scala che conduce a un tetto terrazzato sopra le celle. Non ci sono né allievi, né turisti, immaginiamo come fosse vivere e studiare in spazi così ristretti ma la pace del posto di sicuro aiutava gli studenti a concentrarsi. All’uscita dalla medersa un uomo vestito di bianco si offre di accompagnarci, io sono un po’ scettica, non sembra una guida ufficiale ma la sua gentilezza e competenza convince Loretta e Patrizia a seguirlo. Dopo alcune spiegazioni sulla città, la nostra guida ci conduce verso uno stupefacente cimitero.

Il cimitero islamico di Salé si trova in un luogo insolito, eppure perfetto, davanti al mare, nella zona più suggestiva e privilegiata della città. Hanno scelto quella posizione  per una questione di tutela della memoria. Credo che gli abitanti di Salé, abituati agli arrivi e alle partenze, legati al destino del mare, abbiano voluto riservare ai defunti lo spettacolo più stupefacente della città. Si ammira infatti una distesa di lapidi maestosa, una collinetta che scende fino a riva. Patrizia scatta molte foto, Loretta si copre il capo con un grande foulard per ripararsi dal sole cocente del mattino, la guida protesta quando gli offriamo la ricompensa per le sue spiegazioni, non avevamo pattuito nulla, ma lui vuole di più di quanto siamo disposte a pagare e noi contrattiamo timidamente, poi, ci avviamo verso la barca che ci riporterà a Rabat dove ci fermiamo a pranzare in un battello sul fiume.

 Loretta ritorna in albergo, Patrizia ed io continuiamo il nostro giro, affascinate dal rumore dell’oceano. Scendiamo verso il mare attraversando una spiaggia dove si tengono lezioni di surf: c’è molta gente, la maggior parte delle bagnanti si immerge vestita. Patrizia si butta in acqua con la maglietta, poi io, arrotolando il mio vestito fino alla vita, la seguo: non possiamo mancare il battesimo con l’oceano di Rabat!

La sera ci attende un ricevimento organizzato dalla direttrice dell’Istituto italiano di cultura. Sono emozionata come una scolaretta: mi interessano certo il meraviglioso cous cous, il maestoso pesce servito e l’antologia di dolci marocchini ma la mia attenzione prevalente è per l’ospite principale della serata, Dacia Maraini. Come una groupie degli anni ’70, la seguo e mi beo dei suoi racconti sul Marocco dove lei è stata più volte dato che sua sorella era sposata con un artista marocchino. Patrizia intanto chiacchiera con i poeti e scrittori Hassan Najmi e Mohammed Achaari su poesia, traduzioni e lo spostamento del Salon da Casablanca a Rabat, discussa novità del 2022. Loretta parla con il consigliere culturale dell’IIC e la sua brillante consorte e con il cuoco conosciuto il giorno prima e che, dopo poco, scopriamo essere originario di Galatina, il paese natio del nostro amico Mario che ospita le Donneconlozaino nella sua trasmissione jazz “Torno al Sud” tutti i lunedì sera. Ovviamente non perdiamo l’occasione di intervistarlo per la trasmissione del lunedì successivo.

Ringraziamo la nostra gentile ed ospitale direttrice dell’IIC che ci ha accolto e ha fatto preparare molti cibi del posto perché potessimo conoscerli non dimenticando però una teglia di lasagne per gli ospiti marocchini e torniamo in albergo.

L’indomani partenza per Casablanca, l’aereo che ci riporta a Roma è poco affollato, più silenzioso di quello dell’andata, forse i passeggeri sentono già la nostalgia del cielo e del mare, e noi insieme a loro.

R.

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